Italiani al voto, vince il no al Referendum
Il referendum è uno strumento di democrazia diretta attraverso il quale i cittadini elettori vengono chiamati a esprimersi direttamente su una legge, una norma o una questione di grande importanza sociale, votando “sì” o “no”. Questa consultazione popolare permette di integrare il sistema parlamentare, offrendo alla popolazione l’occasione di intervenire per via diretta su decisioni di particolare importanza, o di annullare leggi ritenute non gradite dalla maggioranza degli elettori.
Dalla nascita della Repubblica nel 1946 a marzo 2026, si sono svolti 84 referendum nazionali in Italia, sia di tipo istituzionale che di tipo costituzionale, ma la maggior parte è stata di tipo abrogativo. Per quanto riguarda l’ultimo referendum, che ha visto gli italiani partecipare al voto nelle giornate del 22 e 23 marzo, la proposta riguardava una riforma costituzionale mirante a modificare l’ordinamento giudiziario, che avrebbe introdotto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due distinti consigli, l’estrazione a sorte per parte dei membri togati e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare.
Il voto di marzo ha chiuso una partita durata mesi. Da una parte c’era chi voleva maggiore controllo in caso di errore giudiziario, dall’altra chi temeva una limitazione dell’autonomia dei giudici. Ecco come si sono divisi gli italiani.
Chi diceva Sì: “Il giudice deve avere responsabilità del giudizio che formula”
Il governo e i sostenitori della riforma volevano una separazione netta tra chi Pubblico Ministero e giudice. Il loro obiettivo era chiaro: evitare che colleghi che lavorano nello stesso tribunale decidano il destino di un imputato. Dividendo le carriere e scegliendo i capi della magistratura col sorteggio si proponeva di cancellassero per sempre eventuali rapporti personali tra chi lavora nella magistratura.
Chi diceva No: “Il magistrato deve mantenere la propria autonomia”
Dall’altra parte, magistrati e opposizioni hanno alzato le barricate. Secondo loro, separare le carriere era il primo passo per mettere i magistrati sotto il controllo della politica. Il timore era che, togliendo ai giudici autonomia, sottoponendoli al controllo della nuova Alta Corte esterna, la giustizia perdesse la sua indipendenza. Per il fronte del No, la riforma non avrebbe velocizzato i processi, ma avrebbe solo indebolito chi deve indagare sui potenti.
Cosa sarebbe successo se avesse vinto il Sì?
Se fosse passato il Sì, il mondo della giustizia avrebbe visto moltissime novità. Un giovane magistrato avrebbe dovuto scegliere da subito se fare il giudice o il Pubblico ministero per tutta la vita, senza possibilità di cambiare carriera. Il vecchio Consiglio superiore della magistratura sarebbe stato diviso in due e i suoi membri sarebbero stati scelti a sorte, come in una lotteria. Infine, se un magistrato avesse sbagliato, a giudicarlo non sarebbero stati più i suoi colleghi, ma un tribunale speciale esterno.
Infine il voto del marzo 2026 conferma la centralità del referendum come strumento di verifica democratica su temi di alto profilo istituzionale. La vittoria del No mantiene invariato l’assetto della magistratura, ma non esaurisce il dibattito sulla necessità di una riforma della giustizia. L’esito delle urne consegna ora alle istituzioni il compito di interpretare la volontà popolare, in bilico tra la tutela dell’attuale indipendenza giudiziaria e la richiesta di una maggiore efficienza del sistema.