Oltre la resilienza: l’essere umano come realtà che cambia

In data 3 dicembre, Giornata internazionale delle persone con disabilità,in classe abbiamo discusso sul
tema di quest’ultima e abbiamo analizzato la storia di Alex Zanardi,che ha portato poi all’ascolto della
canzone “Ti insegnerò a volare” di Vecchioni e Guccini. Quest’ultima ha stimolato una riflessione sul
concetto di resilienza, assegnando come compito per casa di individuare un esempio concreto di
questa qualità negli esseri umani.

● Cos’è la resilienza?

Il termine “resilienza” deriva dal latino “resilire”,che letteralmente significa “saltare indietro”.
Questa parola nasce nel 1600 per indicare la capacità di un materiale di assorbire energia elastica
quando viene deformato e di restituirla completamente quando lo sforzo cessa, tornando alla forma
originaria senza subire deformazioni permanenti.
A partire dalla metà del XX secolo, il concetto è stato adottato in psicologia con un significato più
ampio: indica la capacità di una persona di affrontare, superare e adattarsi positivamente a traumi,
stress o difficoltà emotive. Tuttavia, questa trasposizione linguistica porta con sé una serie di
implicazioni problematiche, che analizzerò successivamente.

● Esempio di “resilienza”


Un esempio frequentemente citato e associato al concetto di “resilienza” è quello di Nadia Murad.
Nadia Murad è una donna yazida nata nel 1993 nel villaggio di Kocho, nella regione del Sinjar, in Iraq.
La sua comunità, i yazidi, è una minoranza religiosa che da sempre ha subito persecuzioni, ma la loro
situazione è drasticamente peggiorata nel 2014, quando lo Stato Islamico (ISIS) ha lanciato
un’offensiva violenta in quella zona, con l’obiettivo di sterminare o sottomettere la popolazione
yazida.
Durante l’attacco, Nadia ha perso molti membri della sua famiglia, tra cui madre, fratelli e altri
parenti, assassinati dall’ISIS in quello che è stato riconosciuto come un genocidio. Lei stessa è stata
rapita insieme a centinaia di altre donne yazide, diventando prigioniera e vittima di violenze atroci,
tra cui la schiavitù sessuale, un orrore usato dall’ISIS come arma di guerra per distruggere le
comunità e terrorizzare la popolazione.

Nonostante le condizioni disumane e le immense difficoltà, Nadia è riuscita a fuggire dopo mesi di
prigionia e a mettersi in salvo. La sua fuga ha rappresentato solo l’inizio di un percorso di
ricostruzione personale e di impegno pubblico. Trasferitasi in Germania, Nadia ha deciso di utilizzare
la propria esperienza per portare all’attenzione internazionale le atrocità subite dalla sua comunità e
per combattere ogni forma di violenza sessuale in conflitti armati.
Nel 2016 ha iniziato a collaborare con le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali,
diventando una testimone chiave contro i crimini dell’ISIS. Nel 2018 le è stato assegnato il Premio
Nobel per la Pace, insieme all’attivista congolese Denis Mukwege, per il loro impegno nel denunciare
e prevenire l’uso della violenza sessuale come arma di guerra.
Oltre alla sua attività di attivista, Nadia ha fondato “Nadia’s Initiative”, un’organizzazione che si
occupa di aiutare le vittime di genocidio, traffico di esseri umani e altre forme di violenza estrema,
offrendo supporto medico, psicologico e sociale.
La storia di Nadia Murad è un esempio straordinario, non solo per la sua capacità di sopravvivere a
un trauma indicibile, ma soprattutto per la forza con cui ha trasformato quell’esperienza in un
impegno concreto e globale per la giustizia, la dignità e i diritti umani.


● Critica al concetto di resilienza umana


Tuttavia, proprio questo tipo di esempio rivela un problema profondo legato al concetto di resilienza.
Ogni volta che celebriamo persone che “ce l’hanno fatta”, rischiamo di consolidare l’idea che chi vive
un trauma o una disabilità debba trasformarlo per forza in forza, che soffrire significhi
necessariamente diventare più forti, più saggi, più meritevoli. Questo modo di pensare può diventare
una forma di pressione sociale implicita, che rende quasi obbligatorio “superare” la difficoltà secondo
certi schemi precostituiti.
Chiamare una persona “resiliente” implica spesso l’idea che, dopo aver subito un trauma o una
sofferenza, essa possa semplicemente “rimbalzare indietro”, tornando alla condizione precedente.
Questo concetto funziona bene per i materiali inanimati, che possono elasticamente tornare alla loro
forma originaria, ma non descrive adeguatamente la complessità della realtà umana. Noi, in quanto
esseri viventi, emotivi e consapevoli, non possiamo semplicemente “ritornare come eravamo” prima
di un evento doloroso. Le esperienze di dolore, perdita e difficoltà non ci lasciano indifferenti o
immutati; al contrario, ci modificano profondamente e in modo permanente.

Non siamo materiali che possono tornare intatti dopo un urto. È naturale, e anzi inevitabile, che
dopo un’esperienza difficile possiamo ritrovarci con qualche, ma anche molte “crepe” o “segni”
visibili, emotivi e psicologici. Possiamo ricomporci, forse anche in modo imperfetto, ma è proprio
attraverso questi cambiamenti che cresciamo e maturiamo, trasformandoci in modi che possono
essere sia positivi, sia complessi, e talvolta dolorosi.
Il concetto di resilienza, inteso come la capacità di superare ogni difficoltà rimanendo
sostanzialmente invariati o addirittura “migliorati”, rischia di essere riduttivo e, in certi casi, dannoso.
Spesso esso viene usato come un invito implicito a sopportare passivamente ogni avversità, senza
riconoscere pienamente l’impatto reale che gli eventi traumatici possono avere su una persona. In
questo modo, la società tende a valorizzare solo le storie di “successo” e di “forza”, ignorando la
complessità del vissuto umano, fatto anche di fragilità, dolore e momenti di crisi.
Questa narrazione rischia di trasformarsi in quella che Stella Young ha definito “inspiration porn” —
un fenomeno per cui le persone con disabilità sono celebrate esclusivamente come “ispirazione” per
il semplice fatto di vivere la loro vita, spesso senza riconoscere pienamente le loro difficoltà e senza
affrontare le barriere sociali e culturali che incontrano. In altre parole, il dolore e la fatica diventano
spettacolo per motivare chi guarda, mentre si perde di vista la reale complessità delle persone e delle
loro vite. Stella Young, attivista e giornalista australiana, ha criticato questa tendenza, sottolineando
come ridurre le persone disabili a “eroi” per il solo fatto di esistere sia una forma di paternalismo e
oggettificazione.
Un esempio contemporaneo spesso citato è quello di Bebe Vio, campionessa paralimpica di scherma,
che ha subito la perdita degli arti a causa di una meningite. La sua storia è diventata simbolo di forza
e resilienza, ed è spesso presentata come modello di crescita personale e determinazione. Tuttavia,
anche Bebe ha raccontato di aver attraversato un periodo di forte depressione, di momenti di dubbio
e di sofferenza profonda, che raramente emergono nel racconto pubblico. Questo ci ricorda che
dietro le immagini di forza e successo si nascondono storie più complesse, fatte anche di vulnerabilità
e di sfide interiori che non scompaiono magicamente con la volontà di “essere resilienti”.
Per questo, è importante ricordare che la sofferenza non è semplicemente qualcosa da cui
“riprendersi”, ma un’esperienza che contribuisce a trasformare in modo unico e irripetibile i nostri
valori, la nostra percezione del mondo e la nostra identità. Il percorso di superamento non significa
tornare esattamente come prima, ma evolvere e adattarsi in modo profondo, anche con ferite che
restano visibili.

Infine, l’idea di resilienza dovrebbe sempre tenere conto della complessità del dolore umano, che
non si risolve semplicemente con la forza di volontà o con il coraggio individuale, ma richiede tempo,
supporto sociale, accettazione e riconoscimento della propria vulnerabilità. Solo così si può andare
oltre la narrazione riduttiva dell’“eroismo” e della “forza a tutti i costi” per valorizzare la piena
umanità, con tutte le sue sfumature.

MATTIA VALERO